Quando un telefono ricondizionato diventa arte

C'è stato un momento, in ReApp, in cui è diventata forte la voglia di uscire dai confini del proprio business di devices ricondizionati per creare un’esperienza unica.

C'è un momento, in ogni installazione di Max Magaldi, in cui succede qualcosa di magico: centocinquanta smartphone si accendono simultaneamente, trasmettono immagini e suoni dei social, si sincronizzano, si trasformano. E quello che era rumore diventa composizione. Quello che era caos visivo diventa scultura.

I due momenti, ad un certo punto, si sono uniti.

Vainglory, l'opera con cui Magaldi mette in scena l'obbligo di mettersi in scena, è nata nel 2021 ed è da allora in viaggio e in evoluzione. E in ogni tappa, a fornire i device che la compongono, c'è ReApp e la scelta di Paolo Lorenzoni, CEO di Revis e ReApp, collezionista e scrittore.

Non è una sponsorizzazione nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più preciso: una coerenza. Perché Reapp fornisce i device utilizzati dall'artista come partner tecnico e lo fa con una consapevolezza che va oltre la comunicazione, ma come scelta di posizionamento di brand, aperto e sostenibile. Un telefono ricondizionato che finisce in un'installazione artistica non viene consumato: viene trasformato. Gli viene data, letteralmente, una seconda vita che ha senso.

Recentemente, a iMorticelli a Salerno, Max Magaldi ha presentato "Face The War: primo studio", la sua nuova installazione audiovisiva, l’evoluzione di Vainglory che mette in discussione il nostro modo di osservare e assimilare la guerra, realizzata ancora una volta con i device ricondizionati di ReApp. Dal 15 al 24 maggio Magaldi sarà presente, con ReApp, a Carmignano, nella rassegna di arte contemporanea Carmi.co.

Abbiamo approfittato dell'occasione per mettere intorno a un tavolo virtuale Paolo Lorenzoni e Max Magaldi. Ne è venuta fuori una conversazione su arte, tecnologia, sostenibilità e sul significato di scegliere con cura cosa fare delle cose e delle storie, che già esistono.

Come nasce questa collaborazione? Raccontateci il momento in cui avete capito che poteva funzionare.

PL: Quando Max mi ha parlato per la prima volta di Vainglory ho percepito subito che non si trattava semplicemente di uninstallazione tecnologica, ma di qualcosa che cercava di interrogare il nostro tempo attraverso loggetto che forse più di ogni altro lo rappresenta: lo smartphone. La cosa che mi colpì fu il paradosso. Noi in ReApp lavoriamo ogni giorno con dispositivi che normalmente vengono considerati soltanto strumenti di consumo o prodotti tecnologici. Max invece li stava trasformando in linguaggio, in esperienza collettiva, quasi in una materia emotiva. Quando iniziammo a confrontarci capii che poteva funzionare perché non stavamo parlando soltanto di telefoni, ma di persone, di comportamento umano, di rapporto con limmagine e con la presenza digitale. Da lì la collaborazione è diventata qualcosa di molto naturale. ReApp ha dato continuità materiale al progetto, ma in cambio ha ricevuto qualcosa di molto più importante: una riflessione nuova sul significato stesso della tecnologia e della seconda vita degli oggetti.

MM: Verso la fine del 2020, quando per la prima volta ho iniziato ad immaginare un’opera che utilizzasse come materia prima quello che è “l’oggetto” che più ha rivoluzionato il mondo nei primi 20 anni di questo nuovo millennio, e cioè lo smartphone, ero così entusiasta dell’idea che ho costruito una “scultura audio-visiva” che prevedeva l’uso di una moltitudine di telefoni, senza però preoccuparmi del fatto che quei telefoni poi sarebbero materialmente serviti per mantenere quel progetto in vita.
L’impegno creativo e di programmazione per mettere in piedi la prima incarnazione di Vainglory, quella al teatro di Longiano, fu così totalizzante che nemmeno in quel momento mi posi il problema perchè, per quell’evento in particolare, avevamo trovato una partnership temporanea con due fratelli tedeschi che gestivano (e gestiscono tutt’ora) una delle due aziende al mondo che producono telefoni ecosostenibili. Mi mandarono 170 telefoni che poi, da progetto, dopo l’installazione inviammo in Congo.
Insomma, finita quella prima esperienza, iniziai a ricevere richieste di replica ma non avevo più la materia prima, che sbadato! Per questo, l’ingresso di ReApp nel mio percorso è stato un momento decisivo, che ha permesso a Vainglory e alla mia ricerca non semplicemente di replicare la stessa installazione ma di attivare un percorso virtuoso di riflessione e ricerca che ha portato Vainglory a cambiare, ad evolversi, e me a sviluppare idee e progetti nuovi.

Un'azienda che vende telefoni ricondizionati e un artista che usa i telefoni per fare arte: in apparenza mondi lontanissimi. Eppure c'è una coerenza profonda. Come la descrivereste?  

PL: In realtá credo che la coerenza sia molto più forte di quanto sembri. Noi lavoriamo con oggetti che nascono per connettere le persone, ma che spesso finiscono anche per creare distanza, rumore, sovraesposizione e consumo compulsivo. Larte invece ha storicamente la funzione opposta: riportare profondità, silenzio e consapevolezza dentro ciò che viviamo. Per questo il nostro incontro mi è sembrato naturale.
Max utilizza gli smartphone come materiale artistico; noi lavoriamo per dare a quegli stessi oggetti una nuova possibilità di esistere. Entrambi, in modi diversi, stiamo cercando di trasformare qualcosa che rischia di diventare freddo e impersonale in qualcosa che torni a parlare dell’uomo. E forse il punto più interessante è proprio questo: umanizzare la tecnologia attraverso un linguaggio interiore.
Che poi, in fondo, è una delle missioni più antiche dell’arte.

MM: Capisco la domanda, perchè è una relazione apparentemente strana per il mondo “normale”. ma nel mondo dell’arte nulla è normale (o tutto lo è), quindi io l’ho vissuta come una cosa assolutamente naturale; io utilizzo lo smartphone come uno strumento e ReApp è un’azienda che tratta questi strumenti, è il nostro incontro è stato quasi come inevitabile: siamo dei predestinati. Poi la qualità dei rapporti e dei pensieri che nascono all’interno di una collaborazione non è affatto scontata e devo dire che, quella si, è stata davvero sorprendente.

Il telefono ricondizionato dentro un'installazione artistica cambia significato rispetto a quello che finisce in un cassetto o in discarica. Cosa rappresenta, per voi, questa trasformazione?

PL: Rappresenta una possibilità di redenzione dell’oggetto, ma anche del nostro rapporto con gli oggetti. Uno smartphone dimenticato in un cassetto o destinato alla discarica racconta molto bene il tempo in cui viviamo: consumiamo rapidamente, sostituiamo rapidamente e spesso perdiamo il legame con il valore reale delle cose. Quando invece quel device entra in uninstallazione artistica accade qualcosa di diverso. Non è più soltanto tecnologia: diventa simbolo, memoria, riflessione collettiva. Per me il ricondizionamento non è soltanto un processo tecnico o commerciale. È anche un modo per affermare che le cose possono avere più di una vita e che il valore non coincide necessariamente con il nuovo. E trovo molto interessante che tutto questo avvenga proprio attraverso larte, perché larte riesce a fare una cosa rara: rallentare lo sguardo.
Ci obbliga a guardare davvero oggetti che normalmente utilizziamo in modo automatico e compulsivo. In quel momento il telefono smette di essere soltanto un device e diventa quasi uno specchio della nostra condizione contemporanea.

Cosa vi ha sorpreso dell'altro, in questi anni di collaborazione?

PL: Mi ha sorpreso la profondità del rapporto umano e intellettuale che si è creata nel tempo. Allinizio poteva sembrare una collaborazione tecnica: unazienda che supporta un artista fornendo dispositivi. In realtà si è trasformata molto rapidamente in uno scambio continuo di idee, visioni e riflessioni. Max ha una sensibilità particolare nel leggere il presente e trasformarlo in immagini e installazioni che riescono a colpire in modo molto diretto. E credo che una delle cose più interessanti sia stata proprio la complementarità dei nostri percorsi: lui arriva dal mondo della musica, della performance e della ricerca artistica; io da quello imprenditoriale, ma anche dal collezionismo e dall’arte contemporanea. Questa differenza ha creato un dialogo autentico, mai puramente operativo. E forse è proprio questo che rende la collaborazione speciale: non abbiamo costruito soltanto un progetto, ma un terreno comune di riflessione su tecnologia, sostenibilità, immagine e identità contemporanea.

MM: La qualità del rapporto, dello scambio e dell’impegno reciproco che ha creato una relazione davvero sui generis: per me ReApp non è infatti un semplice “fornitore di materiale tecnico” perchè quella con Paolo è stata fin da subito una relazione di scambio e confronto intellettuale in grado di ispirare pensieri creativi e non solo operativi. Paolo conosce il mondo dell’arte contemporanea molto meglio di me, che vengo invece dal mondo della musica e dell’arte performativa in generale, quindi, il nostro rapporto è stato da subito complementare e di scambio profondo.

PAOLO LORENZONI

ReApp nasce come risposta a un problema concreto: device di qualità a prezzi accessibili, con un impatto ambientale ridotto. Quando avete deciso di supportare un artista come Max, cosa stavate cercando — un'operazione di comunicazione, o qualcosa di più?

Allinizio non lho vissuta come unoperazione di comunicazione nel senso tradizionale. Certo, ogni collaborazione genera visibilità, ma quello che mi interessava davvero era capire se esistesse un modo diverso di raccontare il concetto di seconda vita”. Noi in ReApp ricondizioniamo device: tecnicamente rimettiamo in circolo degli oggetti. Ma culturalmente il punto è un altro: dimostrare che il valore non finisce con il primo utilizzo. Quando ho visto il lavoro di Max ho capito che quella visione poteva uscire dal linguaggio commerciale ed entrare in un linguaggio emotivo e artistico. Uno smartphone ricondizionato che diventa parte di uninstallazione non è più soltanto un device recuperato: diventa memoria, riflessione, esperienza collettiva. E forse c’è anche qualcosa di più profondo. Viviamo in unepoca in cui la tecnologia, pur connettendoci continuamente, rischia spesso di creare distanza emotiva, rumore, perfino disumanizzazione. Larte invece ha sempre avuto la capacità opposta: riportare luomo dentro le cose, creare un linguaggio interiore. Credo che il lavoro di Max faccia proprio questo: prende oggetti nati per accelerare consumo, comunicazione compulsiva e sovraesposizione, e li trasforma in strumenti di riflessione. In qualche modo li umanizza. E questa, secondo me, è da sempre una delle missioni più autentiche dell’arte.

Il mercato del ricondizionato è cresciuto molto negli ultimi anni, ma c'è ancora una resistenza culturale: il device di seconda mano viene percepito come inferiore. La collaborazione con Max ha cambiato qualcosa in questo senso — nel modo in cui le persone guardano un telefono ricondizionato?

Secondo me sì, perché larte ha una capacità straordinaria: sposta il significato delle cose. Nel momento in cui un telefono ricondizionato entra dentro unopera come Vainglory, smette di essere percepito come un telefono usato”. Diventa un elemento narrativo, quasi simbolico. Credo che oggi il vero cambiamento culturale sia questo: capire che ricondizionato” non significa inferiore, ma evoluto. Vuol dire avere consapevolezza del ciclo degli oggetti, delle risorse, dellimpatto ambientale ma anche del design e della tecnologia che meritano una continuità. Ma c’è anche un altro aspetto che trovo importante: restituire umanità a oggetti che normalmente viviamo in modo automatico. Lo smartphone è probabilmente loggetto più presente nella nostra vita quotidiana e, allo stesso tempo, quello che più rischia di allontanarci da noi stessi. Quando invece lo vedi inserito in un contesto artistico, sincronizzato con immagini, emozioni, silenzi e significati, succede qualcosa: non guardi più un device, guardi uno specchio del comportamento umano contemporaneo. Paradossalmente, molte persone davanti all’installazione non si chiedono se quei telefoni siano nuovi o ricondizionati. Si chiedono cosa rappresentino.
Ed è proprio lì che cambia la prospettiva.

Dove va ReApp nei prossimi anni? C'è un orizzonte — nuovi prodotti, nuovi mercati, nuove partnership — che volete raccontare?

ReApp nasce nel mondo Apple e del ricondizionamento premium, ma oggi la direzione è più ampia: costruire un ecosistema legato alleconomia circolare tecnologica. Il nostro obiettivo non è soltanto vendere dispositivi ricondizionati, ma creare un modello sostenibile, credibile e culturalmente contemporaneo. Questo significa lavorare sempre di più su qualità, servizi, noleggio evoluto, partnership strategiche e progetti che uniscano tecnologia, creatività e sostenibilità. Mi interessa molto anche il dialogo tra impresa e cultura. Credo che nei prossimi anni le aziende dovranno scegliere se essere soltanto operatori commerciali oppure diventare soggetti capaci di produrre anche significato. La tecnologia oggi è potentissima, ma spesso rischia di diventare fredda, impersonale, quasi invisibile nella sua invasività quotidiana. Io penso invece che il futuro stia nella capacità di reintrodurre sensibilità, visione e perfino introspezione dentro il rapporto tra uomo e tecnologia. Ed è qui che larte diventa fondamentale: perché riesce ancora a trasformare strumenti e oggetti in domande interiori. Per questo collaborazioni come quella con Max, o con il mondo dell’arte contemporanea in generale, per me non sono una parentesi: fanno parte della direzione. E poi c’è un altro tema fondamentale: il ricondizionato non è più un mercato alternativo”. Sta diventando progressivamente una scelta intelligente, economicamente e culturalmente.
E secondo me siamo solo allinizio.

MAX MAGALDI

Vainglory nasce nel 2021 al Teatro Petrella di Longiano con 160 smartphone. Da allora l'ha portata in giro per l'Italia — Venezia, Roma, Salerno, Pistoia — e in ogni luogo l'opera ha assorbito il contesto: un cimitero, i sotoporteghi della Biennale, un'ex chiesa. Come cambia Vainglory ogni volta che cambia spazio?

Alla fine un’opera è un po’ come una persona, è in qualche modo agentica e, allo stesso tempo, sensibile. Quando un essere umano va in un posto (vivendo, viaggiando lavorando, ecc) modifica quel posto e allo stesso tempo ne viene modificato. Lo stesso fanno le opere. La prima incarnazione di Vainglory era progettata par ribaltare (architettonicamente e simbolicamente) gli spazi di un teatro all’italiana. I telefoni erano al posto del pubblico, perchè oggi il pubblico non è più passivo, non ascolta ma anzi produce compulsivamente contenuti di ogni tipo, tutti noi lo facciamo ossessivamente. Anche questa intervista, di fatto, andrà a finire in quel flusso. Quando scrivo mi diverto sempre ad immaginare tra cosa queste parole verranno incastonate nel flusso dei social, cosà avrà letto la persona prima di queste parole? Una ricetta? E cosa vedrà dopo, il video di un gatto, un drone che ammazza un soldato in soggettiva? Vainglory parla esattamente di questo e del fatto che il palcoscenico non esiste più, perchè il palcoscenico è ovunque ed è obbligatorio calcarlo, perchè se non sei sui social, non esisti. Però, da quando è nato il rapporto con ReApp e quindi ho avuto la possibilità di far girare molto di più l’opera, i luoghi sono cambiati. In particolare, dopo aver avuto la possibilità di farla in una splendida chiesa normanna dell’anno mille, a Gerace, ho capito che forse c’era qualcosa di più, che passando dalla platea di un teatro all’altare di una chiesa, quei telefoni raccontavano ancora meglio quello che siamo diventati. Le immagini, le icone sacre del contemporaneo, siamo noi stessi, che attraverso i nostri social ogni giorno coltiviamo il nostro culto personale, autopromuovendoci, in una società nella quale stiamo diventando tutti, sempre di più, santi di noi stessi.

I device che usi nelle installazioni sono ricondizionati — hanno già avuto una vita prima di diventare arte. Questa storia precedente ti interessa, entra nell'opera? O quello che conta è quello che diventano?

La questione del ricondizionato per me è fondamentale e sono orgoglioso di avere una partnership con una delle aziende che, con la sua azione, contribuisce a rendere il nostro sistema di consumo un po’ più sostenibile. Quello che percepisco io è che la forza di un’installazione costruita con degli smartphone deriva dal fatto che è come se ogni smartphone, anche nuovo, abbia già una storia precedente, perchè ognuno di noi già conosce profondamente, visceralmente, quell’oggetto e le logiche che si porta dietro. La grande forza di Vainglory, per l’idea che mi sono fatto osservando le reazioni delle persone, è proprio che non usa degli “schermi” generici. Quegli schermi sono degli smartphone e tutti, in ogni parte del mondo, di tutte le estrazioni sociali e di tutte le età, conosciamo quell’oggetto in maniera molto intima e profonda. quell’oggetto è già in grado da solo, spento, su un tavolo, di toccare il nostro porfondo, figuriamoci se inserito in un’”orchestra” come è quella di Vainglory.

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